mercoledì 25 gennaio 2017


IL PIANO DELLA MARCIA SU ROMA


DRAPPO TRICOLORE ISSATO SULLA LOCOMOTIVA DEL TRENO 
CHE TRASPORTO' IL DUCE DA CIVITAVECCHI A ROMA

28 OTTOBRE 1922, la verità sulla Marcia su Roma

A seconda della convenienza la marcia su Roma viene presentata come un colpo di stato incruento o come un tentativo di insurrezione armata. Tesi sballata la prima in quanto i golpe li fanno i militari e in totale segretezza, l’esatto contrario della marcia su Roma che fu una manifestazione pubblica e ampiamente propagandata; versione fantasiosa la seconda: non fu sparato un solo colpo e versata una sola goccia di sangue. In quei giorni la vita a Roma, come nel resto d’Italia, proseguì nella totale normalità e indifferenza. Le fabbriche, le scuole, i negozi e gli uffici pubblici rimasero aperti. L’occupazione fascista di alcune Prefetture furono dei semplici atti simbolici che non impedirono al personale di proseguire nella loro attività, inoltre sarebbero bastate quattro fucilate dell’esercito (la capitale era difesa da 28.000 soldati) per disperdere i pericolosi sovversivi “armati” di manganelli e qualche schioppo residuato bellico.

In realtà, nonostante la sua successiva mitizzazione, la “marcia” fu essenzialmente una parata che, come vedremo, non influì minimamente sulle sorti politiche dell’Italia.

Con questa prova di forza Mussolini voleva semplicemente accelerare i tempi per ottenere la guida del Paese. Mentre organizzava le due grandi manifestazioni di piazza, quella di Napoli del 24 ottobre e quella che sarebbe passata alla storia come la Marcia su Roma del successivo 28 ottobre, il futuro Duce trattava con i partiti dell’area governativa per costituire un governo di coalizione. Quando due giorni dopo, il 30 ottobre del 1922, il Re gli conferì l’incarico la lista dei Ministri era già pronta, di questa compagine i fascisti erano solo tre. Vi erano rappresentate tutte le forze parlamentari, eccetto socialisti e comunisti. In pratica fu un governo che oggi definiremmo di larghe intese.

Senza il sostegno dei partiti cattolici e liberaldemocratici, da quello popolare vicino al Vaticano a quello liberale di Giolitti e Salandra, con appena 35 deputati, Mussolini non sarebbe mai andato al potere. Il 16 Novembre si presentò al Parlamento dove ottenne alla Camera una larghissima maggioranza (306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti). Schiacciante fu la fiducia ottenuta al Senato dove i voti contrarti furono solo 19.

In Parlamento Mussolini incassò la piena fiducia di personalità politiche di grande rilievo come i futuri presidenti della Repubblica Enrico De Nicola e Giovanni Gronchi (che entrò nel governo come sottosegretario all’industria e al commercio). Figuravano anche nomi importanti del panorama politico italiano come quello di Alcide De Gasperi, futuro Presidente del Consiglio nell’immediato dopoguerra, e dei precedenti capi del Governo Giolitti, Salandra, Facta, Bonomi e Orlando. La sua nomina fu salutata con soddisfazione da personalità del mondo culturale e accademico come Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi e Giuseppe Ungaretti.

Mussolini, a soli 38 anni, ottenne quindi l’incarico di formare il suo governo non in virtù di una manifestazione di piazza, seppur massiccia e ben organizzata, bensì in forza delle sue capacità di mediazione politica e di coinvolgimento sociale che lo indicavano come l’unico in grado di reggere le sorti del paese in quel difficile momento storico.

Quando Mussolini assunse il potere l’Italia era in totale disfacimento istituzionale. I governi cadevano uno dopo l’altro per l’incapacità della classe dirigente liberale di affrontare gli enormi problemi sociali ed economici che affliggevano il paese. I partiti di sinistra, comunista e socialista, e le organizzazioni sindacali sapevano solo proporre soluzioni demagogiche che miravano a fare dell’Italia uno Stato totalitario sul modello sovietico (“bisogna fare come in Russia”, erano soliti dire).

Una guerra vittoriosa, ma disastrosa nelle conseguenze con i suoi 600 mila morti e 900 mila feriti e mutilati, aveva creato un voragine nei conti dello stato, distrutto l’agricoltura e frenato l’economia ancora imperniata su un’industria bellica che stentava a riconvertirsi.

I soldati che tornavano dal fronte, una grande massa di uomini provati fisicamente e distrutti moralmente, senza lavoro e prospettive, venivano accolti con ostilità e sbeffeggiati da sinistre e pacifisti.

Il drammatico contrasto fra le precarie condizioni del proletariato e dei contadini che avevano pagato un tributo di sangue e sofferenze in trincea e il lusso esibito dai "pescicani", i nuovi ricchi che avevano tratto enormi profitti dalla guerra, acuì le tensioni sociali e contribuì, con l’aumento vertiginoso del costo della vita e il ritmo galoppante dell’inflazione, a creare una miscela esplosiva.

Il malcontento popolare infine scoppiò in forme violente che portarono alla formazioni di vere e proprie strutture paramilitari che affiancavano l’azione politica dei partiti, come quella comunista degli “Arditi del Popolo”. I sindacati proclamavano scioperi e occupazioni di fabbriche a cui gli industriali rispondevano con serrate e licenziamenti. Nelle campagne le leghe bianche e rosse si fronteggiavano tra loro e contro gli agrari. Le manifestazioni di piazza si concludevano spesso con scontri a fuoco con le forze di polizia che lasciavano sul selciato decine di morti e feriti.

Le violenze fasciste, su cui la storiografia ufficiale pone grande enfasi, vanno inquadrate in questo contesto di guerra civile di tutti contro tutti a cui la politica del palazzo non sapeva dare risposta. Le manganellate e l’olio di ricino dei fascisti furono la conseguenza delle violenze ben più sanguinose di comunisti, socialisti e repubblicani che misero a ferro e fuoco l’Italia e alle prevaricazioni e imposizioni dei sindacati leninisti nelle fabbriche che caratterizzarono il tristemente noto biennio rosso (1919-1920).

L’Italia, stanca e sfiduciata, era a un passo dal baratro. Anche l’Europa e l’America guardavano con grande apprensione al nostro paese. L’Italia era considerata una Nazione a rischio, pericolosamente vicina ad una svolta di stampo sovietico che avrebbe potuto estendersi al resto del Continente dove già si stavano affermando i partiti comunisti legati a Mosca attraverso la Terza Internazionale (Komintern). Di conseguenza quando Mussolini fu chiamato a reggere le sorti del paese molti tirarono un sospiro di sollievo, in Italia e all’estero.

Mussolini inoltre, elemento non trascurabile, godeva di un ampio consenso popolare senza il quale, mai e poi mai, avrebbe potuto raggiungere il potere (se fosse bastata una grande manifestazione di piazza condita con un po’ di violenza per conquistare il potere chiunque l’avrebbe fatto).

Gli storici marxisti insistono ancora oggi a presentare il Fascismo come braccio armato del capitalismo, composto quasi esclusivamente da una minoranza facinorosa di piccoli borghesi ed ex militari ambiziosi e frustrati. Le ricerche di Renzo De Felice, Arrigo Petacco e Indro Montanelli, tra i più autorevoli e profondi conoscitori del Fascismo, dimostrano invece il contrario. Quella fascista fu una grande organizzazione di massa nella quale affluì con entusiasmo gran parte della classe lavoratrice attratta dal programma socialmente avanzato del movimento mussoliniano e stanca della litigiosità dei partiti tradizionali e dell’inconcludente sindacalismo, come dimostrato dal fatto che, in occasione della marcia su Roma, la social comunista CGL neppure si azzardò a proclamare uno sciopero generale certa che si sarebbe concluso con un flop.

Ottenuto l’incarico il nuovo governo si mise subito al lavoro per risanare i conti pubblici, riassorbire la disoccupazione, rilanciare l’economia e gettare le basi dello Stato Sociale.

Il 1° Aprile del 1924, dopo soli 18 mesi di governo, senza imporre nuove tasse o incrementare quelle esistenti, il Ministro delle Finanze De Stefani poté annunciare il raggiungimento del pareggio di bilancio.

Questo importante traguardo fu raggiunto grazie ad un accorta gestione dei conti pubblici, alla riorganizzazione dell’amministrazione statale e a un grande piano di opere pubbliche che diede slancio all’economia con conseguente aumento del gettito fiscale. Il controllo del governo sul sistema bancario, posto finalmente al servizio dell’economia nazionale, e lo sganciamento dalle perverse logiche del mercato finanziario internazionale crearono i presupposti per quello che sarebbe diventato il boom economico degli anni trenta realizzato esclusivamente con risorse italiane (a differenza del boom degli anni 60 avvenuto con capitali stranieri).

il 1° Ottobre del 1923, dopo appena un anno dalla sua nomina a Ministro dell’Istruzione, il filosofo Giovanni Gentile varò la più grande, e a tutt’oggi unica, riforma organica della scuola italiana aperta a tutti i ceti sociali (all’epoca la scuola era esclusivamente privata o confessionale).

Il Ministro Stefano Cavazzoni del Partito Popolare predispose la riforma sanitaria per garantire a tutti gli italiani un’assistenza pubblica e gratuita, seguita da un vasto piano di costruzione di ospedali, ambulatori e una vasta rete di colonie elioterapiche che permisero di sconfiggere malattie croniche come la tubercolosi e la TBC, allora molto diffuse.

L’abolizione del lavoro minorile fu uno dei primi atti del governo Mussolini che in pochi mesi gettò le basi di quello Stato Sociale creato negli anni successivi (INPS, INAIL, TFR, settimana lavorativa di 40 ore, contratti collettivi, ferie pagate, Magistratura del Lavoro, Statuto dei lavoratori, ammortizzatori sociali, assegni famigliari, case popolari, asili nido, ecc.) per dare dignità e sicurezza al mondo del lavoro, una pensione a tutti gli italiani e che consentì di abbassare il costo della vita per assorbire la riduzione dei salari a seguito della drammatica crisi economica mondiale del ’29 che mandò in miseria tutte economie occidentali, America in testa (lo stesso presidente Roosevelt ammise, per tentare con il suo New Deal di superare la “grande depressione”, di essersi ispirato all’esperienza fascista).

Con queste credenziali Mussolini e i suoi alleati di governo si presentarono nuovamente al corpo elettorale. Alle elezione del 6 aprile del 1924 le liste sostenute dal Partito Nazionale Fascista ottennero il 66,3 per cento dei voti validi. Il successo fu amplificato dalla nuova legge elettorale (legge Acerbo) che diede alla coalizione governativa la maggioranza assoluta dei seggi: 374 deputati su un totale di 535.

Durante la campagna elettorale pressioni e intimidazioni da parte fascista sicuramente ci furono, ma l’incidenza che ebbero sul risultato elettorale, vista l’ampiezza del successo ottenuto, fu del tutto marginale. Lo stesso Matteotti, nel suo celebre discorso alla Camera in cui si scagliò con veemenza contro il governo, non poté citare e documentare che pochi episodi. Lo storico Arrigo Petacco afferma al riguardo: “in realtà, di casi di violenza certamente ve ne furono, ma in generale tutto si era svolto nella normalità, d’altra parte, con i brogli e le violenza non si raggiunge un risultato così clamoroso”.

Con la sua violenza verbale, Matteotti si proponeva in realtà di scavare un fossato incolmabile tra governo e opposizione per ostacolare un eventuale accordo tra le parti.

Matteotti infatti non ignorava che Mussolini stava lavorando per spostare l’asse del suo governo a sinistra. Già circolavano i nomi per un rimpasto con ministri di area socialista: Bruno Buozzi, segretario della FIOM, ministro tecnico; Ludovico D’Aragona della GGL al ministero del lavoro; Emilio Caldara, ex sindaco di Milano alle Finanze; Rinaldo Rigola, altro sindacalista socialista, ministro senza portafoglio. Numerosi socialisti, fra cui il direttore del giornale “Lavoro” di Genova Giuseppe Canepa, erano indicati come sottosegretari (Renzo De Felice, “Storia del Fascismo” pag. 28/29 e Arrigo Petacco “l’Uomo della Provvidenza” pag. 70/71). Questa svolta politica era vista come il fumo negli occhi non solo da Matteotti, ma anche dai ras fascisti più oltranzisti come il cremonese Roberto Farinacci.

A capo di una solida e compatta maggioranza parlamentare e forte dell’enorme consenso popolare e del prestigio internazionale di cui godeva, Mussolini non aveva nessun interesse a far riesplodere tensioni e violenze tra fazioni che avrebbero rigettato l’Italia nel caos, al contrario aveva tutto l’interesse a stabilizzare e tranquillizzare il paese. I maggiori problemi non gli venivano da una opposizione divisa e demoralizzata che ritirandosi sull’Aventino aveva rinunciato a combattere, ma dall’interno, da quei fascisti “puri e duri” che spingevano per la cosiddetta “seconda ondata” al fine di abbattere la monarchia e ridimensionare il peso politico della borghesia e del ceto industriale. Il sequestro ed il successivo assassinio di Matteotti fu infatti opera di un terzetto squinternato di loschi individui legati alle frange più fanatiche del fascismo estremo guidati da Amerigo Dumini, un membro della polizia politica.

Una violentissima campagna di stampa sostenuta da una opposizione ringalluzzita additava il Capo del Governo quale ispiratore del sequestro Matteotti. Dopo giorni di angoscia, incerto tra l’apertura della crisi, il cui sbocco sarebbe stato imprevedibile, e la svolta autoritaria, il 3 gennaio 1925 con il suo celebre discorso alla Camera Mussolini, pur non essendone stato né il mandante né tanto meno l’ispiratore (la stessa vedova Matteotti, Velia Ruffo, ne era convinta, come pure il suo principale accusatore il giornalista Carlo Silvestri dopo aver acquisito nuove prove e testimonianze), si assunse la responsabilità politica dell’assassinio. Liquidata definitivamente l’opposizione rimasta spiazzata dagli eventi, Mussolini si avviò verso il regime.

Un regime comunque blando (i crimini, su cui si pone grande risalto, avvennero durante la guerra civile e da entrambe le parti) e basato sul consenso popolare in virtù degli enormi successi ottenuti in campo economico, sociale e internazionale.

Le sciagurate leggi razziali, una guerra mondiale più subita che voluta, una tragica guerra fratricida (che ha permesso a molti ex-fascisti di ricostruirsi una verginità politica saltando sul carro del vincitore), hanno poi - in parte – vanificato e offuscato quanto di buono fu realizzato in quegli anni.

Se ancora oggi, a 90 anni dalla Marcia su Roma e a dispetto della storia, si insiste a criminalizzare il Fascismo e a sminuire i suoi meriti è perché – diciamoci la verità - si ha paura del confronto tra i fatti del regime e le chiacchiere dei partiti.
Gianfredo Ruggiero

Roma, 30 Ottobre 1922 
 La folla plaudente accompagna Mussolini dalla Stazione al Quirinale.


ROMA 30 OTTOBRE 1922







La marcia su Roma tenutasi il 28 Ottobre 1922, vide l'afflusso verso la capitale di decine di migliaia di fascisti che rivendicavano il potere politico nel Regno d’ Italia. Questo evento, conclusosi con l'affidamento a Benito Mussolini dell'incarico di formare un nuovo governo, viene storicamente inteso come l'ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista e il dissolvimento dello Stato liberale risorgimentale. 
Nei mesi precedenti (specialmente dopo il Luglio 1922 in cui vi era stata una grave crisi), la politica parlamentare viveva le manovre dei popolari di Don Sturzo per un governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando in coalizione coi socialisti. Il movimento fascista si trasformava invece in partito. Mussolini aveva optato per una "via parlamentare" e nella sua politica iniziò la ricerca del consenso popolare; profittò anche del coinvolgimento di Gabriele D’ Annunzio nell'occupazione del Comune di Milano il 3 Agosto 1922. D'Annunzio si era affacciato al balcone del palazzo occupato ed aveva arringato la folla, per sottintenderne la sua adesione al partito.
MOSTRA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA
ANNO 1932 XI E.F. 
Nel frattempo, la propaganda affievoliva il carattere repubblicano del movimento, onde non porsi troppo presto in aperto contrasto con la Corona e le Forze Armate, che Mussolini e i fascisti ritenevano si sarebbero attenute al giuramento di fedeltà prestato al re.

Iniziò una lunga teoria di incontri e contatti di Mussolini con gli esponenti politici più importanti, onde verificare possibili alleanze, e contemporaneamente vi furono sondaggi e più aperti abboccamenti anche con gli esponenti del mondo imprenditoriale ed economico. Da questi ultimi rapporti, sempre nell'agosto, nacque uno studio di Ottavio Corgini e Massimo Rocca che sarebbe stato mutuato in un nuovo programma economico fascista.
Mussolini si risolse a considerare Giolitti probabilmente il più pericoloso dei suoi avversari e perciò dedicò le sue attenzioni a Facta, "figlio" politico di Giolitti e assai devoto verso il suo mentore, che intendeva sganciare dallo statista per coinvolgerlo in ruoli governativi di massimo prestigio politico insieme a D'Annunzio, nel qual caso di Facta avrebbe potuto essere il merito di una eventuale "normalizzazione" dei fascisti; altra ipotesi è che fosse stato Facta, nei contatti avuti, a coltivare questa prospettiva, sfumata l' 11 Ottobre a Gardone in un incontro fra Mussolini e D'Annunzio nel quale il PNF sottoscrisse accordi con una sorta di sindacato dei marittimi (Federazione del Mare, guidata da Giuseppe Giulietti) che il poeta aveva preso sotto tutela, e questo accordo avrebbe legato anche i due esponenti. Facta aveva in realtà contattato direttamente D'Annunzio, ed insieme avevano pensato ad una marcia su Roma di ex-combattenti guidata da D'Annunzio e da tenersi il 4 Novembre al fine di prevenire e rendere eventualmente inefficace quella fascista, di cui già si parlava.
Mussolini fu ripreso dall'ansia di neutralizzare anche Giolitti e i preparativi per un'azione spettacolare ebbero inizio. Se su un versante più nitidamente politico si cercava di far vacillare il governo Facta, indebolendolo così da poterne costituire sempre più lucidamente una valida e "forte" alternativa istituzionale, sul piano "operativo" la Marcia fu preparata in gran segreto fin nei minimi dettagli.
Quattro giorni prima della marcia, il 24 Ottobre, a Napoli si tenne una grande adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova generale. In quell'occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: "O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma".

Il 26 di quel mese il presidente del consiglio rispose a Mussolini, che aveva radunato a Napoli decine di migliaia di camicie nere e minacciava apertamente di marciare su Roma per occuparne militarmente le Istituzioni, in modo del tutto privo di senso. È in queste circostanze che, di fronte a chi gli prospettava il precipitare della situazione, Luigi Facta pronunciò la celebre frase con la quale passerà alla Storia: "Nutro fiducia!".

L'adunata di Napoli, al campo sportivo dell’Arenaccia, fu organizzata da Aurelio Padovani, uno dei cinque comandanti di zona che vollero la marcia su Roma. Il Padovani comandò la sfilata per le vie cittadine ed, al teatro San Carlo, fu lui a presentare il Duce Mussolini al popolo napoletano. Mussolini tenne due discorsi, uno al Teatro San Carlo , ed uno in piazza San Carlo. Il futuro Duce dei fascisti si espresse abilmente evitando di far trasparire segnali di allarme, ma al contempo rassodando i crescenti consensi sia della popolazione che dei simpatizzanti. La stessa sera, all'Hotel Vesuvio, si riunì il Consiglio Nazionale del partito che stabilì le direttive di dettaglio per la marcia. La mattina dopo Bianchi avrebbe lanciato ai suoi uomini il segnale conve
nuto: «Insomma, fascisti, a Napoli piove, che ci state a fare?» mentre Mussolini sarebbe andato ad attendere a Milano gli sviluppi successivi.
A condurre la marcia sarebbe stato un quandrumvirato composto da Italo Balbo (uno dei capi fascisti più famosi), Emilio De Bono (comandante della Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale non sgradito al Quirinale e Michele Bianchi (segretario del partito fedelissimo di Mussolini); il quadrumvirato avrebbe dichiarato l'assunzione di pieni poteri a Perugia ed avrebbe assunto i poteri nella notte tra il 26 e il 27 Ottobre. Dino Grande, di rientro da una missione a Ginevra, era stato nominato capo di stato maggiore del quadrumvirato.

Truppe fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici pubblici, stazioni, centrali telegrafiche e telefoniche.

Le squadre sarebbero confluite a Foligno, Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella, per poi entrare nella capitale. Si raccolsero - si stima - circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400 soldati a difesa della capitale.

Facta era rassicurato dagli avvenimenti e dai discorsi tenuti a Napoli, nonché dal fatto che il raduno si era chiuso senza scontri. Il 26, però, Antonio Salandra (che si era incontrato con Mussolini quando questi andava a Napoli il 23, e che manteneva i contatti con De Vecchi, Ciano e Grandi) gli riferì che la marcia su Roma stava per partire e che se ne volevano le dimissioni. Facta in realtà non gli credette; la contrapposizione politica fra Facta e Salandra non rendeva l'ambasciata del secondo così influente sul primo, che si limitò ad indire un consiglio dei ministri nel quale cercò di riprendersi le deleghe affidate ai ministri, onde poter disporre di "valori" negoziabili, con Mussolini o con altri. Del resto, in seno al governo, bruciava la questione della posizione di Riccio, fedelissimo di Salandra, che si trovava in condizione di provocare la crisi di governo. Assenti Giovanni Amendola e Paolini Taddei, gli altri ministri accettarono di presentare a Facta le dimissioni e di accettare il loro eventuale avvicendamento con nuovi ministri fascisti.

Intanto a Cremona, a Pisa e a Firenze erano già in azione gli squadristi, che prendevano possesso di alcuni edifici pubblici. Alle prime notizie Facta telegrafò al re Vittorio Emanuele II a San Rossore invitandolo a rientrare, cosa che il sovrano fece nella serata; andandolo a ricevere alla stazione, Facta gli suggerì di applicare lo stato d’assedio, ma il re non accettò.


La notte tra il 27 e il 28 il Presidente del consiglio fu svegliato per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso Roma, sui treni che avevano requisiti, mentre il Re si consultava con i maggiori esponenti dell'Esercito, tra i quali Diaz, Thaon di Revel, Giraldi e Bencinvenga, per fare il punto della situazione. Vittorio Emanuele III chiese ai suoi generali se l'esercito sarebbe stato fedele alla monarchia in caso di stato d'assedio e quelli, per voce di Diaz, risposero che "l'esercito avrebbe certamente fatto il suo dovere, ma sarebbe stato bene non metterlo alla prova".

Alle 6 del mattino di giorno 28 si riunì al Viminale (allora sede della presidenza del consiglio) il consiglio dei ministri che decise di proclamare lo stato di assedio chediede immediatamente alle stampe, diffondendolo alle prefetture.
Verso le 8:30, Facta si recò al Quirinale per la ratifica del proclama, ma - con sorpresa del primo ministro, il re si rifiutò:
« Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi. »
Facta rispose:
« Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca la pena. »
Dopo di che si dimise.
Le ragioni del diniego regale alla proposta dello stato d'assedio non sono state dichiarate dal sovrano e sono oggetto di varia interpretazione. Oltre alle perplessità dei generali circa la fedeltà dell'esercito, si è vociferato di accordi segreti tra Mussolini e la Corona (ipotesi che però non gode di gran credito), altre voci sospettano che la presenza del filofascista Emanuele Filiberto Duca d’ Aosta a Perugia (disobbedendo all'ordine del sovrano di restare a Torino) l'avesse portato a temere una crisi dinastica.
Alle 9:30 Facta tornò al Viminale per annullare lo stato d'assedio. Alle 11:30 Facta formalizzò le sue dimissioni ed il Re procedette come d'ordinario con le consultazioni.
Mussolini intanto restava a Milano, dove veniva costantemente informato sulla situazione romana; i dettagli dal Viminale gli venivano da Vincenzo Riccio, che tramite Salandra li faceva arrivare ai notabili fascisti (cui si era aggiunto Luigi Federzoni). Sapeva che De Vecchi e Grandi cercavano qualche accordo non coerente con il piano generale, ed anche se più tardi li avrebbe accusati d'aver tradito la rivoluzione , al momento non li sconfessò pensando che la trattativa avrebbe potuto costituire una buona possibilità di ripiego 

nel caso in cui le sue squadre si fossero trovate costrette a smobilitare per l'intervento dell'esercito. Mussolini infatti sapeva bene che i suoi uomini erano sì una minaccia, ma non credeva alla loro forza militare.
Una voce circolata successivamente asseriva che Facta avrebbe in realtà disposto per lo stato d'assedio nella serata del 27, ma che il re avrebbe respinto la proposta. La voce era stata diffusa da Federzoni, che diceva di aver chiamato al telefono egli stesso Mussolini, dal ministero dell'interno, e lasciava supporre che il sovrano l'avesse voluto mettere a parte degli accadimenti romani.
La mattina del 28, a Milano Mussolini riceveva nella sede del Popolo d’ Italia ("protetta" da cavalli di frisia e rimpinguata di armi) una delegazione di industriali, che lo urgevano a trovare un accordo con Salandra.
Nello stesso momento, a Roma, Salandra proponeva al re di dare l'incarico di formare il governo a Orlando, ma De Vecchi informò il re che l'unica persona con cui Mussolini avrebbe potuto raggiungere un'intesa sarebbe stato lo stesso Salandra. A Mussolini fu, quindi, proposto di governare a fianco di Salandra ma egli rifiutò. Qualche ora dopo, forse anche tentando una forzatura per convincere il capo dei fascisti, Il Giornale d’Italia diffuse una edizione straordinaria in cui dava per raggiunto un accordo e per affidato un incarico a Salandra e Mussolini, il quale dopo aver resistito a pressioni di ogni provenienza, compresa una accorata telefonata del generale Arturo Cittadini (su espresso mandato del re), precisò telefonicamente a Grandi che ancora insisteva: «Non ho fatto quello che ho fatto per provocare la risurrezione di don Antonio Salandra».

La mattina seguente, dopo che le bozze dell'articolo scritto da Mussolini durante la notte erano state diffuse, Salandra vi poté leggere che non c'era niente da fare e, dopo un giro di telefonate di ultima conferma, decise di rimettere l'incarico. De Vecchi fu incaricato da Vittorio Emanuele di informare Mussolini che gli avrebbe conferito l'incarico. Mussolini rispose: «Va bene, va bene, ma lo voglio nero su bianco. Appena riceverò il telegramma di Cittadini partirò». Poche ore dopo gli giunse un telegramma del generale Cittadini:

« SUA MAESTÀ IL RE MI INCARICA DI PREGARLA DI RECARSIA ROMA DESIDERANDO CONFERIRE CON LEI OSSEQUI GENERALE CITTADINI »

Alle 8 di sera Mussolini partì, alla volta di Roma, dove sarebbe giunto alle 11.30 del 30 Ottobre, il convoglio patì un incredibile ritardo dovendo rallentare, e in qualche caso proprio fermarsi, in molte stazioni prese d'assalto da fascisti festanti che accorrevano a salutare il loro Duce.

Mussolini si presentò al re (vi si recò in camicia nera) dicendogli «Maestà vi porto l'Italia di Vittorio Veneto», parlò per circa un'ora col re promettendogli di formare entro sera un nuovo governo con personalità non fasciste e con esponenti di aree politiche "popolari".

Alle 18 presentò il governo, comprendente soltanto tre fascisti di orientamento moderato.

Le camicie nere erano ancora accampate intorno alla capitale e comprensibilmente non attendevano che di entrarvi. Furono autorizzati ad entrarvi solo il giorno 30, e la raggiunsero alla meglio, su mezzi di fortuna. Ma erano più che raddoppiati: dai circa 30.000 della marcia, erano ora più di 70.000, cui si aggiunsero i simpatizzanti romani che erano già sul posto.

Il 31 Ottobre 1922 le camicie nere sfilarono per più di 6 ore dinanzi al re, poi Mussolini ordinò che si iniziassero le operazioni di smobilitazione. L'ordine di smobilitazione apparve infatti pubblicato sul quotidiano Il Popolo d’ Italia dello stesso giorno.

Il 1 Agosto 1931, il Duce ordinò a tutti i Prefetti affinché tutti i Podestà che governavano i Comuni italiani intitolassero, per l'anno 1932 (anno "X E.F.") e 10° anniversario della Marcia su Roma, una Via Roma.


 DISCORSO DEL DUCE AL TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI

25 aprile del 1921 a Torino.
Verso le 22, un operaio fascista mutilato di guerra, Cesare Oddone, viene ucciso da un suo collega di lavoro, che credeva amico, anche se di opposte idee politiche- dal quale si era recato per chiedere un intervento che facesse smettere la vera persecuzione cui era sottoposto in fabbrica dalla cellula social-comunista. Giunta la notizia alla sede del fascio, verso la mezzanotte, i presenti decidono di vendicare il caduto e dare l’assalto alla Camera del Lavoro. Detto-fatto, il gruppo parte: sono appena in 32 (avete letto bene, 32, non 320 o 3200), non una vera “squadra” organizzata, “chi c’è c’è”, manca un vero capo responsabile dell’azione, De Vecchi e Brandimarte non ne sanno niente. Insomma, una cosa “alla carlona”,nel migliore stile fascista di allora (e di sempre….), i cui esiti saranno insperati per gli stessi partecipanti. Gli squadristi si dirigono verso la munitissima sede sindacale, nella città “operaia” per eccellenza, dove c’è stata l’occupazione delle fabbriche, ha sede Ordine Nuovo, vivono Gramsci e Togliatti, e forse, non sanno nemmeno bene che fare. Per di più, la sede è sorvegliata da contingenti di Esercito e Forza Pubblica, e presidiata all’interno, 24 ore, da un nutrito gruppo di Guardie Rosse armate di tutto punto. E, infatti, il primo assalto fallisce, mentre solo al secondo tentativo i fascisti riescono a “sfondare”, sia pure sotto un inferno di fuoco di fucileria e bombe che provoca la morte del diciottenne studente Amos Maramotti.  Gli occupanti, more solito, fuggono via

La sede viene incendiata, e, nelle ore successive, a farle compagnia saranno altri “covi” sovversivi (vedi foto) E’ la fine del comunismo nella Capitale sabauda…..



DE BONO, DE VECCHI ,BIANCHI E CIVELLI 
IN PIAZZA DEL POPOLO A ROMA

MILANO 3 AGOSTO 1922 I FASCISTI OCCUPANO IL COMUNE






Squadristi fiorentini della "DISPERATA"

La "COLOMBO" di Milano


Telegramma spedito da Roma a Firenze in data 30- X -1922, 
da un camerata del Giglio Rosso di Firenze partecipante alla "marcia su Roma"..
Il testo dice: Roma è nostra. Sto bene, Pietro


IL TRELEGRAMMA INVIATO A MUSSOLINI






CORRIERE DELLA SERA 28 OTTOBRE 1922




1922
Una rara immagine della “Randaccio”, che poi confluirà nella “Sciesa”, facendone la più forte squadra milanese, tra gli squadristi ritratti ci dovrebbe essere anche Franco Colombo, il futuro Comandante della “Muti


28 ottobre 1922
squadra dell' Avanguardia giovanile sfila per Roma



Squadristi del Fascio di Combattimento di Trezzo sull'Adda (Mi) 
Squadra d'Azione "Meazzi".

SQUADRISTI NAPOLETANI


La sede del fascio di combattimento di Novate Milanese. Alla parete, una frase di Mussolini, la "armeria di Reparto" costituita da manganelli, la foto  di un caduto locale, un vessillo con falce e martello, sottratto a qualche sede socialista nel corso di un'incursione 



statuto della squadra d'azione Maramotti





 Squadra fascista in partenza da Roma 
al termine del Congresso del novembre 1921
Al centro fa spicco uno squadrista con una vistosa fasciatura: furono giornate animate...all'interno dell'Adriano Grandi e gli altri irriducibili, contrari al "patto di pacificazione", riconobbero l'autorità di Mussolini..... all'esterno fu un susseguirsi di scontri e zuffe con i sovversivi mobilitati alla grande I fascisti ebbero qualche morto e diversi feriti...uno fra tutti: Franco Baldini, di 46 anni (era chiamato affettuosamente "il papà dei fascisti"), padre di 11 figli, Vice Capo della banda musicale Aldo Sette, alla testa della quale si trovava, con un figlio ventiduenne, quando fu colpito da una fucilata

Scattata nel 1936, raffigura una squadra d´azione dei tranvieri fascisti.


ritorno dalla marcia su Roma

 28 OTTOBRE 1922
 in questa foto sono rappresentati alcuni Polesani
che partecipanti  alla marcia su Roma

29 Ottobre 1922
 gruppo degli squadristi delle zone ponentine della città di Genova e diretti al centro
 della città si avvia verso la zone della Pietra a Certosa

29 Ottobre 1922
il gruppo degli squadristi delle zone ponentine della città di Genova e diretti 
al centro della città si avvia verso la zone della Pietra a Certosa

 1921 
La squadra fascista "La Volante" di Bologna 1921 

 Le giornate della rivoluzione a Milano il trincerone davanti alla sede del fascio

 Le giornate della rivoluzione a Milano l'occupazione fascista dei sindacati

 Le squadre 'Vola' e 'Ardita' del Fascio Genovese di Combattimento

 Squadra 'Tonoli-Bovisa' del Fascio di Milano

una squadra del fascio veneziano


Carlo Gallarotti  noto capo squadrista, 
comandante della squadra  Lupi della Valsesia”


Da “Almanacco Enciclopedico del Popolo d'Italia”


ALESSANDRIA , 1922 I dirigenti locali del Fascio convocano duecento ladri e malfattori e li invitano a  redimersi per sempre , con la promessa di un onesto lavoro , e con la minaccia di una bastonatura a sangue a chi si farà ancora sorprendere.